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Socrate era un CFO

Ho ri-letto Socrate per caso e ci ho visto dentro Consigli di amministrazione, budget e business plan...sarà grave?

Chiara BastianelliPartner & CFO

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In questo articolo3 sezioni · 7 min di lettura
  1. 01Come Socrate è diventato CFO
  2. 02Nessuno sbaglia volontariamente
  3. 03Socrate ha un ruolo complesso e ingrato, come il CFO.

Una mia amica, qualche giorno fa, ha condiviso una storia su Instagram che parlava di Socrate.

Ho aperto il link mentre aspettavo il mio turno alla lat machine perchè ho commesso l’errore di andare in palestra nel tardo pomeriggio e non la mattina presto, con quella mezza attenzione da corridoio che di solito produce solo scroll passivo.

Invece ho ascoltato tutto, ho ripensato alle lezioni di filosofia del liceo e ci ho visto i business plan.

Potrei dire che è una connessione sofisticata, frutto di anni di esperienza. La verità più probabile è che ho passato troppe ore questa settimana su proiezioni finanziarie e il mio cervello a questo punto le vede ovunque, un bias professionale insomma. Lo dichiaro in apertura, così almeno siamo onesti.

Detto questo, il parallelismo Atene 399 a.C. vs CFO regge e ora vi spiegherò la filosofia di Socrate in chiave aziendale, come non l’avete mai sentita prima.

Come Socrate è diventato CFO

Socrate aveva dottrine filosofiche ben definite ma non aveva un corpus scritto, una scuola con un curriculum o un manuale. Insegnava solo attraverso il dialogo, e il suo metodo era fatto di due momenti distinti che vale la pena capire bene perché sono il cuore di tutto.

Il primo si chiama elenchos, in greco confutazione, esame. Socrate si avvicinava all’interlocutore, fingeva di non sapere, chiedeva di spiegargli qualcosa che l’altro dava per scontato di conoscere. Cos’è il coraggio? Cos’è la giustizia? L’interlocutore rispondeva con sicurezza, Socrate annuiva, ringraziava, e poi faceva la domanda successiva, quella che mostrava la contraddizione interna nella risposta precedente. Andava avanti così fino all’aporia, un termine greco che significa letteralmente “mancanza di via d’uscita”: quel momento in cui chi stavi interrogando scopriva di non sapere rispondere a qualcosa che credeva di sapere benissimo. Quel momento era lo scopo, non un effetto collaterale.

Il secondo momento, la maieutica, appare in modo esplicito nel Teeteto, uno dei dialoghi della maturità platonica, dove Socrate spiega di fare il mestiere di sua madre Fenarete, che era levatrice: non è che mettesse al mondo figli propri, ma sicuramente aiutava gli altri a partorire quelli che portavano già dentro.

Che significa? Che la conoscenza non viene trasmessa dall’esterno viene estratta dall’interno, perché l’anima ha già in sé la verità, sepolta sotto anni di certezze non verificate.

Forse è il ricordo liceale di questo concetto che ha materializzato nella mia mente il Socrate CFO.

Ogni volta che si entra in un’azienda nuova, i numeri in realtà sono già lì.

Il problema di liquidità era già leggibile nel ciclo di conversione del capitale circolante mesi prima che diventasse urgente. Il prodotto che stava erodendo margine era già identificabile in un’analisi di contribuzione per linea che probabilmente non era mai stata fatta. Il cliente con 180 giorni di ritardo era nello scadenzario, se solo lo si fosse guardato invece che continuare a fargli sconti.


Nessuno sbaglia volontariamente

Davvero, nemmeno il Marketing lo fa apposta.

(colleghi del Marketing non ve la prendete, si scherza - forse)

La dottrina etica di Socrate è quella che trovo più rivelatrice, e anche più difficile da difendere senza cadere nel semplicismo.

La posizione è questa: nessuno sbaglia volontariamente. Ogni azione umana tende al bene perché ogni essere umano desidera il proprio bene per natura, questa è una delle premesse del suo intellettualismo etico. Chi compie un’azione cattiva lo fa perché crede, errando, che quella cosa gli farà bene. La virtù coincide con la conoscenza, il vizio con l’ignoranza.

Aristotele, nel settimo libro dell’Etica Nicomachea, smonta questa posizione con un’obiezione che ancora oggi regge benissimo: la akrasia esiste…la debolezza della volontà, il fatto di fare qualcosa di sbagliato sapendo già che è sbagliato. Tutti noi ne abbiamo esperienza diretta, e negarla sembra più un atto di fede che un argomento filosofico.

Però. Nel perimetro specifico degli errori finanziari aziendali, la lettura socratica mi sembra sorprendentemente più vicina alla realtà di quella aristotelica. Ho incontrato imprenditori che avevano firmato contratti con condizioni di pagamento che avrebbero generato tensione di cassa in modo quasi meccanico e ovvio, che avevano inseguito la crescita del fatturato senza guardare cosa stava succedendo al margine operativo. Nessuno di loro lo aveva fatto sapendo esattamente cosa stava succedendo. Lo aveva fatto perché nessuno aveva mai spiegato loro, davvero, con un esempio concreto e i numeri sul foglio, cosa succede al capitale circolante quando cresci del cinquanta percento in un anno o cosa significa rinnovare un castelletto bancario in un momento in cui il tuo settore sta attraversando una fase di contrazione.

L’errore finanziario, quasi sempre, è ignoranza. Capirlo cambia completamente il punto di partenza di qualsiasi conversazione.



Socrate ha un ruolo complesso e ingrato, come il CFO.

Speriamo però che i CFO non facciano la stessa fine.

Socrate fu processato nel 399 a.C. con due capi d’accusa: empietà verso gli dei della città e corruzione dei giovani. La giuria popolare di cinquecento cittadini votò la condanna con 281 voti contro 220. Non una maggioranza schiacciante, ma sufficiente. Dopo la condanna, il tribunale chiedeva all’imputato di proporre una pena alternativa alla morte, una procedura standard. Socrate propose che gli fosse garantito il vitto gratuito nel Pritaneo per il resto della vita, il trattamento riservato agli olimpionici e ai benefattori della città. I giudici non apprezzarono. La pena di morte passò con una maggioranza ancora più ampia della condanna.

Nel Critone, il discepolo che dà il titolo al dialogo organizza la fuga: i carcerieri sono stati corrotti, il piano è pronto, basta alzarsi. Socrate rifiuta. Fuggire significherebbe contraddire tutta una vita costruita sull’argomento che le leggi della città vanno rispettate anche quando ti sono avverse, perché tu stesso hai scelto di vivere sotto quelle leggi.

Muore bevendo la cicuta nel 399 a.C., circondato dai discepoli, dopo aver passato le ultime ore a ragionare sull’immortalità dell’anima come se avesse altro tempo a disposizione.

Quindi Socrate fa una brutta fine. Viene processato, condannato, e muore a settant’anni per aver fatto troppe domande in nome della conoscenza.

Non so se questo dica qualcosa di universale su chi per lavoro interroga e mette in discussione le opinioni altrui. Probabilmente no. Probabilmente è solo un caso storico con le sue specificità politiche e culturali e sarebbe scorretto generalizzare.

Però ogni tanto, uscendo da certe riunioni, ci penso.


“È probabile che nessuno di noi due sappia nulla di buono, ma costui crede di sapere qualcosa pur non sapendola, mentre io, come non so, neppure credo di sapere.”

Fonte della citazione: Apologia di Socrate e anche in un numero imprecisato di call di approvazione del bilancio.

Scritto da

Chiara Bastianelli

Partner & CFO

Partner di FinHance. Trasforma i numeri in decisioni di crescita, dopo anni tra advisory, credito e direzione finanziaria d'impresa. Scrive CFO Tips su Substack.

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